Il nuovo album live dei bolognesi PropheXy: “Improvviso”

Uscito il nuovo disco live dei PropheXy:

A cura di B.B (non sono Brigitte..)

A quattro anni da Alconauta (2009), i bolognesi Prophexytornano coraggiosamente con un nuovo disco intitolato “Improvviso”(2013, Musea Records). Registrato a Vicenza dal vivo, l’album, sebbene non sia ancora un nuovo lavoro in studio, contiene già i brani inediti che dovrebbero seguire le nuove interpretazioni di “Tritone”, “Babba” e “C’è Vite Sulla Luna?”, presenti su Alconauta. “Improvviso” vede anche due bonus tracks con l’apparizione di Richard Sinclair, icona del “Canterbury Sound”, il quale nel 2011 porta la band sui palchi prestigiosi del “Naima Club” di Forlì e del “We Love Vintage Festival”.

Certo ormai si sa, la musica dei Prophexy o si ama o si odia e anche questo è un prodotto per gli amanti del progressive rock più estremo e sperimentale. Sui nove brani non manca niente per far rivivere la grande tradizione di questo genere: complessità, perfezione d’esecuzione, elaborate improvvisazioni, duetti chitarra-organo, melodie psichedeliche e ipnotiche deviazioni del flauto.

La copertina di "Improvviso", nuovo album live dei bolognesi PropheXy

“Improvviso” si apre con una nuova versione di “Tritone” mentre le tre nuove tracce sono “La Rotonda Della Memoria”, “Stralci Di Quotidiano” e “Paradigmi Mentali”, dei quali ci hanno convinto di più gli otto minuti della rilassante “Stralci Di Quotidiano”, con un memorabile tema alla chitarra. Il disco finisce con la partecipazione di Richard Sinclair, su due pezzi storici dei “Caravan”: “Disassociation” e “Golf Girl”.

Tra il primo autoprodotto Enforce Evolve (2003) e Alconauta sono passati ben sei anni, ci auguriamo che per il prossimo LP non debba farci aspettare tanto a lungo, mentre ai ragazzi invece un buon lavoro in studio!

http://www.prophexy.com/

https://www.facebook.com/PropheXyBand

https://soundcloud.com/prophexy

http://www.youtube.com/prophexyband

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“Mandela” : disco d’esordio dell’omonima band vicentina.

Mandela, album di debutto dell'omonimo gruppo veneto

A cura di John Tag

I Mandela sono un gruppo vicentino formatosi nel 2010 ed è composto attualmente da sei elementi: Matteo Scalchi alla chitarra, Diego Di Carlo al basso elettrico, Edoardo Maggiolo alla batteria, Marco Billo alle tastiere, Sean Lucariello ai fiati, Elia Gamba al piano (entrato nel gruppo recentemente e successivamente all’uscita del disco). Dopo circa 3 anni dalla loro nascita e dopo aver suonato tantissimo insieme, i Mandela realizzano il loro primo ed omonimo album.

Devo dire che già dal primo ascolto il disco dei Mandela, come raramente mi accade, ha rapito e non poco la mia attenzione. A volte il loro suono ha un sapore vintage e la cosa sicuramente non è una nota di demerito anzi, a mio avviso, impreziosisce maggiormente il frutto della loro fatica. Amano il jazz, la world music, la fusion ed il funk e il tutto lo ritroviamo nel loro disco di esordio. Ascoltandolo mi sono tornati alla mente grandi opere e grandi artisti di un passato mai morto: Miles DavisMahavishnu OrchestraBilly Cobham Tommy Bolin, che nel 1973 insieme incisero “stratos”, un disco poi diventato uno dei maggiori punti di riferimento della musica fusion. Il jazz rock Italiano dei “Napoli Centrale”, la musica sperimentale di Battiato dei primi anni ’70 ed il progressive italiano sempre di quegli anni.

Il disco contiene sette tracce e certamente i fiati sono quelli che maggiormente caratterizzano l’anima jazz del gruppo; la prima: Good Morning Mr Prs è una sorta d’ intro della durata di soli 1,36 minuti, in cui possiamo ascoltare la grande capacità di questi ragazzi nel jammare, caratteristica che traspare in quasi tutti i brani del disco; seguono Simple: classicamente fusion con in primo piano una chitarra suonata con il “wah-wah”, tipico effetto utilizzato negli anni 70′ (Tommy Bolin docet); In Seaech Of Teemu: anche questo propriamente fusion; The Flow: d’ispirazione funk; Freebeat: inizialmente un brano jazz, dai toni agghiaccianti ma che nell’ultima parte si apre a suoni più armoniosi e gradevoli, che ti avvolgono e ti trasportano sino quasi alla fine.

Mandela live @Lago Film Fest

Una considerazione a parte la voglio fare per la traccia a mio parere più particolare e che sicuramente mi ha più colpito ovvero Drop The King: inizialmente psichedelica, in cui emergono atmosfere tipiche mediorientali, ma subito dopo un basso incalzante e decisamente rock irrompe senza indugi, un giro armonico che mi ha fatto ripensare all’inciso di un brano del 1968 degli Iron Butterfly, “In A Gadda Da Vida” e più precisamente quella parte che fu utilizzata come sigla dello storico programma radio “Supersonic”. Ma ecco che il basso è subito affiancato da atmosfere epic, da una batteria martellante e dagli immancabili fiati jazz. Il disco chiude con la spagnoleggiante ed orecchiabile etnographi.

In conclusione l’album dei Mandela è un lavoro complesso, accuratamente realizzato, dove le diverse esperienze e i diversi gusti musicali di ciascun componente vengono sapientemente miscelati, formando, così, un’opera di indiscutibile valore.

Voto: 7/10

 

http://mandelastream.bandcamp.com

https://www.facebook.com/Mandelaquintet

LEVI – ” Poveroccidente “

Levi - "Poveroccidente"

A due anni di distanza da Seguimi, i Levi ci sorprendono con un nuovo lavoro, più complesso e stratificato del precedente. Poveroccidente è un segno della maturità e dello “strano” motto dei Levi: “Pop – Rock – Indie – Prog. 4 cose che ci caratterizzano.”

Lo potete scaricare qui: http://www.mediafire.com/download/n51knp81i5kiuwb/Levi_-_Poveroccidente.zip

Tracklist

1) Embrione
2) Poveroccidente
3) Sublime bellezza
4) Dente perdente
5) Verso l’alt(r)o
6) Anima vagante
7) Un’altra via
8) Perla
9) Legno

Registrato e mixato da settembre a dicembre 2012 al PTSD Studio di Porto D’Ascoli (AP) da Matteo Ferdinando Levi, Damiano Cherchi, Mirko Amabili, Cristiano Pagani e Pietro Carlini.
Masterizzato al Massive Arts Studios (MI) a febbraio 2013 da Alberto Cutolo.

Levi.
Matteo Ferdinando Levi — Voce, chitarre, violini e piano
Damiano Cherchi — basso
Mirko Amabili – Batteria

Levi nasce con un cambio di identità e questo accadde nel 2009.
Poi la decisione di coinvolgere in questo cambio anche altri sventurati nel 2010.
Nel frattempo per sbaglio il primo disco a dicembre 2010 “Seguimi”, riesce a raggiungere un po’ in tutta Italia tutto quel pubblico a cui manca il rock indipendente intriso di idee nuove dal respiro internazionale, condito con dei testi che feriscono lentamente, ascolto dopo ascolto.
Il 2011 fuori casa in Tour, nei club d’Italia, a farsi riconoscere e a suonare il disco e altri inediti, che prendono forma e ancora nuove linee compositive.
Ad agosto 2012 si conclude il “Seguimi” Tour a quasi due anni di distanza. Questo perchè Levi ha ingravidato di nuovo la sua musa ispiratrice, che deve necessariamente partorire.
Settembre 2012, si entra in studio e inizia il travaglio fino alla fine dell’anno per il parto cesareo di “Poveroccidente”.
2013 l’anno della nascita del secondogenito, sarà maschio o femmina?
Una cosa è certa: se cercate fuga dalla realtà, testi scanzonati e musichette indie lasciate stare il tasto PLAY, questa non è la vostra scelta.
Piedi bene a terra voi altri che volete scoprire il vero “Poveroccidente”.

Il 29 Aprile è ufficialmente uscito il secondo disco dei Levi “Poveroccidente”.

GUARDA IL VIDEO DI “SUBLIME BELLEZZA”

per richiesta di recensione o di interviste o di immagini ad alta risoluzione:
emanuele.cutpress@gmail.com

per altre info:
matpagnoni@gmail.com

www.reverbnation.com/leviweb
www.facebook.com/leviweb
www.youtube.com/channelevi

 

Swordfish Project – ” Di Fronte all’Evidenza

A cura de Il Cala

Che si nascondano nelle Marche gli epigoni italiani dei Rage Against the Machine? Ovvio, paragone pesante eh, molto pesante, ma con le dovute proporzioni, potrebbe starci. La formula è comunque quella, un rapper dalla lingua tagliente e velenosa ed un gruppo alle sue spalle che macina riff e ritmi quasi hard rock, signore e signori ecco il crossover italiano, figlio di Assalti Frontali, Banda Bassotti, centri sociali e periferie creative.

Musica e politica quindi, militanza forte, dichiarata e sventolata con orgoglio, rabbia metropolitana che si avventa contro il sistema (o la “macchina”) e lo demolisce con la spada che già dal nome del gruppo lascia intuire i sentieri che questi 4 ragazzi stanno iniziando a percorrere. 10 pezzi per questo esordio discografico, dieci canzoni, milioni di parole sparate ad alzo zero contro chi vuole negare libertà e le pretende solo per sé. La capacità vocale di Bouli squarcia i pesanti veli di ipocrisia e falsità che da sempre ammantano il nostro belpaese. Valga per tutte “Statomassimo”, che ascoltato oggi, nel periodo delle larghe intese, dei nemici portati al governo, dei vicepresidenti del consiglio che manifestano davanti ai tribunali, suona fin troppo accomodante, anche se Bouli “vede il suo paese bruciare su ogni canale (…) mentre la Lega legalizza gli incendi nei campi rom”.

Tanta rabbia, incanalata e bene dentro questi solchi, queste basi, queste rime sputate fuori per affermare una esistenza, una dignità, una serie di diritti che sembrano allontanarsi pian piano, con la paura anzi il terrore che “alla fine resta solo un cuore di catrame”. Fa da contraltare a tale squallore l’invocazione a “mama africa” terra di sogni e speranze che viene mitizzata e trasformata in uno stato mentale di chi vuole spogliarsi di tutto tranne che del dovuto e dell’essenziale.

Progetto interessante e decisamente sanguigno questo degli Swordfish, che limando qualche ingenuità, specialmente su qualche rima scontata, possono davvero emergere nel combattivo circuito hip hop militante.

http://www.swfproject.com/HOME.html

https://www.facebook.com/swordfish.project.page

http://www.youtube.com/swfproject

Soul Of The Cave – “The Treatment”

A cura di Manuel Polli

Nell’ampio panorama indie-rock italiano (e, più in generale, in quello mondiale) molti sono i gruppi tecnicamente dotati. In un 2013 nel quale è pressoché impossibile inventare qualcosa di clamorosamente nuovo e spiazzante allo stesso tempo, tutti questi gruppi possono essere suddivisi, anche dopo un primo e rapido ascolto, in 2 grandi sottogruppi (a prescindere dal genere): da un lato quelli che si rifanno a band del passato sfiorandone però la copiatura vera e propria, dall’altro quelli che le suddette band le hanno ascoltate, ne hanno appreso gli insegnamenti ma li sfruttano come punti di riferimento da cui partire, mantenendo una propria identità sonora. Cominciamo col dire che i “Soul Of The Cave”, giovane realtà capitolina, appartengono a quest’ultima categoria. The Treament”, il loro ultimo lavoro uscito a Gennaio 2011, porta i segni di una maturazione stilistica evidente rispetto ad “Asphalt”, il loro primo e più istintivo lavoro, uscito nel 2007. Il nu-metal/post-rock di un tempo si fa meno grezzo ed adolescenziale, facendosi contaminare da una cupa psichedelia stoner e lasciandosi graffiare da rumorismi noise, in un crossover potente ed avvolgente, rabbioso e disilluso, con un piacevole retrogusto seventies, conseguenza della produzione in studio totalmente in analogico, “come si faceva una volta”, dettaglio non trascurabile a supporto di quella identità sonora di cui si parlava prima.

Le nove tracce si susseguono senza tregua, riuscendo a fondere ed a racchiudere, nonostante i componenti del gruppo siano solo 3 ( Giacomo Serri: chitarra e voce; Giovanni De Sanctis: basso e voce; Paolo Boni: chitarra) momenti di pura potenza concatenati a fasi venate di uno strisciante senso di inquietudine. L’ energia viscerale dell’iniziale “Foxes & Fruits” non tradisce incertezze: distorsioni acide e riff abrasivi, supportati da una drumming incazzata quanto serve chiariscono subito all’ascoltatore di cosa stiamo parlando. Il cantato si presta molto bene alle diverse atmosfere, passando da caldo ed impostato (inizio “New Sonic Dreamers”) a rabbioso dalle riminiscenze grunge (si sentano gli urli sul finale di “Friend Sheep”) o addirittura assumendo toni quasi beffardi, a-là Jonathan Davis, tra i riff selvaggi di “The Present”. Vanno menzionate anche la strumentale “Muddle”, con la chitarra che si fa languida e rilassata, lanciando folate post-rock, la title track “ The Treament”, ballata oscura ed introspettiva inclusa nella colonna sonora della web-fiction “Freak!” e la conclusiva “Azathot”, secondo episodio strumentale la cui ultima e potentissima deflagrazione chiude degnamente un buon disco.  

Giovani ed appassionati, i “Soul Of The Cave” hanno tutte le carte in regola per evolvere e migliorare ancora. Da seguire.

http://www.soulofthecave.com/

https://www.facebook.com/SOTCband

L’intenso,omonimo disco de “El Matador Alegre”

el matador alegre

A cura di John Tag

Una ritmica minimale, una timbrica vocale calda ed avvolgente, anche quando filtrata elettronicamente, una miscela alchemica di suoni che creano atmosfere rarefatte e inebrianti, una sonorità avvolgente che incanta e ti trascina attraverso visioni oniriche, paesaggi mistici ed incontaminati. L’armonia di questa “mistura” non più “scindibile” è sempre variegata, aiutandoci, così, a varcare il limite della nostra fantasia. Parafrasando il grande Ungaretti: “M’illumino d’immenso con un breve moto di sguardi “.

E’ come svegliarsi la mattina ed aprendo la finestra vieni sommerso da una luce soffusa, dal profumo inebriante della terra ancora umida, dai colori intensi di un prato in fiore e dai “suoni” gradevoli di una natura amica. El Matador Alegre cattura così l’attenzione, già al primo ascolto. Sto parlando della sua ultima fatica “El Matador Alegre”, un disco intenso e accattivante, a tratti ipnotico. Questo artista è sicuramente influenzato dal Rock Psichedelico anni 70, dal Pop e dalla New Wave anglosassone anni 80, dal Grunge anni 90, da gruppi come i Japan, dalle atmosfere meno elettriche e meno ritmate di Gary Newman, da un più sognante David Bowie, ma anche da band meno facilmente catalogabili quali i “Calla”, gruppo statunitense indie/alternative rock.

Dodici tracce di grande impatto sonoro ed avvolgenti, tra le quali mi sento di segnalare in particolare:

Same Day Last Year: dolcissima, elegante, la cui voce filtrata si fonde a suoni che avvolgono dolcemente l’ascoltatore, fino a cullarlo in un sonno rigenerante;

Moths: brano molto breve e caratterizzato da un giro armonico di chitarra acustica ripetuto sino al termine, ma che non diventa mai noioso;

New Years: Un suono distorto, a tratti fastidioso che piano piano si apre ad una sonorità semplice e ad una voce armoniosa, ma che tornerà ad essere preponderante verso la fine del brano;

Undercover: piacevolissima ed onirica;

– One Day Left: dove emergono chiare le sonorità dei migliori “Tears for Fears”.

Conclusione: disco da ascoltare con assoluta attenzione e trasporto, solo così potremo apprezzare la musica di “El Matador Alegre“.

http://cabezonrecords.bandcamp.com/album/el-matador-alegre

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Hubuse – “Hustle and Bustle”

          

 By Marianna Alvarenz

Tra i più brillanti nomi dell’area sperimentale/elettronica di inizio anno , il trittico milanese degli Hubuse merita un posto di gran rilievo. Semplice il motivo: riff di chitarra potenti e batteria martellante , per un sound energico in grande stile. Il primo EP, Hustle & Bustle, prodotto da Alberto Campi, nell’autunno 2012, rappresenta un buon biglietto da visita per gli amanti del genere rock alternative a caccia di un prodotto ricercato in sole tre tracce.

Probabilmente, delle tre, la più magnetico è Can’t Breath che si presenta al pubblico con significative distorsioni vocali e un non docile groove; melodie agrodolci e una foga accompagnata da una compattezza granitica. Il video estratto, propone una grafica bianca e nera suggellata da orologi di Dalì, mai opera migliore per rappresentare tempo e memoria . La corsa contro il tempo prosegue in Go Up, un inno al non fermarsi, introdotto da un’elettronica dominata da sintetizzatori come pallottole :- Rules are made to figure out a new exception-no need for a compromise or a direction. Una frenesia che rompe ogni schema e rimanda al post grunge dei Bush, seppur il loro background musicale vede contaminazioni diversamente importanti come i Nine Inch Nails, Queens Of The Stone Age, Pearl Jam e Nirvana.

Infine Power, introdotto da una chitarra elettrica grintosa ci ricorda che siamo esseri dotati di sopraffini poter,i quando ci impegniamo a sufficienza. Peccato sia troppo corto e forse un po’ ripetitivo. Qualcosa si può forse già intuire tra le pieghe di questo disco. Nella voce di Domenico Russo (chitarra e voce), vibra una nota di malinconia assoluta, quasi cosmica. Quello che ci auguriamo è che i tre talentuosi ragazzi lombardi, Domenico , Pietro De Carlo (basso) e Carlo Ciaccia (batteria) proseguano subito con nuovi lavori sempre più incisivi e sperimentali.                 by Marianna Alvarenz                                                        

http://www.rockit.it/hubuse

https://www.facebook.com/Hubuse

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